La statua dello ‘Spirito Santo’ giunse nella chiesa di San Luca a Galati Mamertino quando emergeva impellente la necessità della rotazione dell’antico asse della “terra vecchia”.

La terra di Galati (oggi Mamertino) [2] spaziava sovrana sulle montagne dei Nebrodi; il suo castello però portava sempre più evidenti le sofferenze dell’antichità edilizia saracena e il tessuto urbano ormai urlava l’inconsistenza di quell’asse della ‘terra vecchia’ teso fra le due porte: un percorso che, prolungandosi nelle direzioni del territorio, aveva a occidente la via del mare e il collegamento con Longi, a oriente la strada per Tortorici: si costituiva così una linea ideale di congiungimento fra le chiese di Santa Caterina, San Luca, San Sebastiano (poi della Madonna del Carmine), Santa Maria Odigitria (poi di S. Rocco) e del Rosario”, sottolineando all’interno del paese la direzione delle porte [3] .

Vuoto storico, per carenza documentale, vi è ancora per larga parte della vita della comunità della “terra vecchia”, mentre per la collocazione delle due “porte” abbiamo ormai nozioni orali concordanti, pur se, sul percorso delle mura almeno sino a oggi, nessun antico manoscritto probante è ancora emerso. Tuttavia, esaminando i nomi dei quartieri tramandati dal manoscritto dell’Anonimo [4], redatto all’inizio del Settecento, la cinta muraria doveva certamente recingere quelli chiamati Piano Porta, Serro, Ruttigghiu, SS. Salvatore (già San Martino e poi del Rosario), San Marco, Panetteria, San Sebastiano, Castello, Fùnnicu vecchiu, Praiu, San Pantaleo (SanPanti), Rrisuttana e Porta Grande (o Santa Caterina). Questo percorso, che abbraccia pure il quartiere san Marco, porterebbe la cinta muraria a ridosso dell’attuale Vico abate Crimi: sull’area, oggi coperta dal fabbricato con il numero civico 4 (inteso Al palmento), sino all’abbattimento delle mura e del ‘quartiere San Marco’ vi era la chiesa dedicata a questo Santo. Scrive Martines: Lo sviluppo della città baronale ha attenuato il senso e il disegno della «terra vecchia», con la demolizione delle mura e del quartiere di San Marco, e con la successiva costruzione della Piazza Nuova nel quartiere del ‘piano’ a meridione; la nuova piazza ha cosi ruotato l’asse della «terra vecchia», privilegiando i percorsi dalla nuova Matrice [5] verso il castello. Al centro delle mura, infine, era la sede dell’Università, che riuniva insieme i simboli laici del pubblico governo, la loggia del banditore e l’orologio. Nel quartiere dell’Orologio era la corte antica di questa Università et vi aveva un’altissima torre rotonda, di cui adesso rimane un solo muro, d’onde hoggidi si promulgano i bandi civili e criminali per essere luogo eminente [6] .

Sino alla fine del secolo XVI, quindi, la struttura della comunità era ancora quella impostata dal gran conte Ruggero e i riti religiosi erano quelli della “terra vecchia”: la relazione ad limina di mons. Antonio Lombardo [7], del 1594, tramanda già la nuova chiesa baronale dedicata a S. Maria (oggi Assunta) come ‘parrocchiale’ ma specifica che ve ne sono altre tre, sotto i titoli di S. Luca, S. Caterina e SS.mo Salvatore (già S. Martino), cioè le ultime due prossime alle porte e quella di S. Luca che era la chiesa di maggior prestigio; la relazione tramanda pure che le confraternite dei laici sono queste, cioè: una sotto il titolo di San Pantaleone, l’altra di San Marco, l’altra sotto il titolo di San Sebastiano i cui proventi appena bastano alle spese. Si era, insomma, ancora in piena “terra vecchia” ma … con fermento. Era accaduto infatti che nel 1539 per l’antica chiesa di San Luca, sulla piazza sottana, era stata commissionata un’opera marmorea monumentale – si disse poi michelangiolesca – a uno scultore di Palermo:

Il giorno 7 del medesimo mese di ottobre XIII ind. 1539.
L’illustre maestro Aurelio Basilicata, scultore in marmo, cittadino di Palermo, presente davanti a noi, spontaneamente promise e convenne e si obbligò solennemente e si obbliga al nobile Sebastiano de Fusto della terra di Galati, economo e procuratore parrocchiale della chiesa chiamata Spirito Santo della stessa terra di Galati, presente e stipulate, di scolpire, lavorare e intagliare bene diligentemente e artisticamente la predetta figura del detto Spirito Santo
[8], in tutto rilievo, e con i seguenti personaggi, cioè: il Dio padre di nove palmi di altezza e il Cristo Crocifisso con la sua croce, che sta in grembo al predetto Spirito Santo, di cinque palmi di altezza, con la sua palombella e col suo sgabello ai piedi, sopra il quale sgabello vi sia una montagnola proporzionata, dove possa posare la croce e sul detto sgabello di scolpire a mezzo rilievo, e con quell’altezza che potranno venire quattro personaggi in ginocchi, di marmo di buona qualità e perfetto bianco e scintillante e privo di brutte venature …[9].

Nel corso della seconda metà del secolo XVI l’edilizia civile ebbe una nuova impronta, a seguito della rotazione dell’asse della “Terra vecchia”; infatti chi si avventura nel contesto delle realtà comunali della valle del Fitàlia, non solo quindi a Galati Mamertino, con ben fisse nella mente le date canoniche apprese sui libri di testo di storia, arte, architettura, non può non restare spesso interdetto davanti al totale sconvolgimento delle nozioni faticosamente incasellate: la trama culturale rilevabile in tali centri periferici – lontana dalla scuola originaria urbana (Roma, Firenze, Venezia) – è sfalsata spesso di decenni o anche di secoli [10].

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